CARTA DEI DIRITTI DEI POPOLI DELL’ADRIATICO
PER UN’EUROPA SOCIALE E ANTILIBERISTA
Predrag Matvejevic definisce il Mediterraneo il mare della vicinanza, l’Adriatico il mare dell’intimità. In questi anni sempre più sono diventati i mari delle barriere e dei nuovi muri. In particolare l’Adriatico, con l’esplodere del conflitto balcanico, ha rivisto tornare i fantasmi di un passato che credevamo non dovesse più tornare. Le guerre e le pulizie etniche hanno definitivamente smembrato quella koinè di popoli, di culture, religioni, lingue, in poche parole di civiltà che avevano convissuto per secoli, pur attraverso conflitti e forti contraddizioni.
L’Occidente opulento ed irresponsabile, prima ha guardato con distaccato cinismo a questo processo, poi, in base alle proprie esigenze dettate dalla logica economica, affaristica e della geopolitica, è stato dentro dieci anni di guerra schierandosi con una parte o con l’altra, secondo il proprio tornaconto, fino ad arrivare alla guerra dello scorso anno. Una guerra che, lungi dall’aver risolto uno solo dei motivi "nobili" con i quali era stata giustificata in chiave "umanitaria" dalla propaganda bellica, si è connotata come guerra costituente di un nuovo ordine – disordine mondiale, non più neanche formalmente dettato dai principi della carta dell’Onu, ma dalla legge del più forte, legittimando organismi di governo abusivi del pianeta come il G7 o la Nato medesima.
NOI PARTECIPANTI AL FORUM "UN MARE DI DIRITTI" FACCIAMO DEL RIFIUTO DELLA LOGICA DI GUERRA COME STRUMENTO PER LA SOLUZIONE DEI CONFLITTI, UN ASPETTO DISCRIMINANTE DEL NOSTRO AGIRE POLITICO-SOCIALE.
Da troppo tempo lo sguardo dell’Europa volge al Nord. Le sue origini mediterranee sono state gradualmente ed irreversibilmente abbandonate in nome di una "occidentalizzazione" monoculturale. Ritornare a guardare all’Europa meridionale, significa tornare alle nostre origini, a quel pensiero meridiano che faccia della pluralità culturale, sociale e politica una grande risorsa. Significa riaffermare quella "filosofia del limite" che rifugga qualunque concezione di potenza e di potere classico dell’Occidente e che veda la cultura mediterranea come parte fondamentale di un’Europa non zona di frontiera. CON- FINE, infatti, vuol dire anche contatto, punto in comune. Qualcosa che unisce e non separa. Un’Europa che da nord a sud, da ovest ad est, tenda le braccia all’Altro, non lo rifiuti.
Gli uomini e le donne di questo pianeta sono tali ovunque essi si trovino. I diritti ed i bisogni di ogni essere umano non possono essere scissi dalla persona a seconda del territorio che essa attraversa. E’ inaccettabile, tanto più nell’epoca tanto propagandata della globalizzazione, che la cittadinanza sia una variabile dipendente dalle scelte dei governi e dalle esigenze dei mercati, uno status giuridico sottoposto all’arbitrio degli apparati amministrativi. Va assolutamente capovolto il piano di ragionamento, la cittadinanza non deve più essere un atto di concessione, ma un diritto inalienabile che ciascun individuo porta con sè lungo tutto l’arco delle propria vita.
Il diritto alla cittadinanza universale non può essere uno status formale, ma una condizione sostanziale.
La crisi dei sistemi nazionali, ed il progressivo concentramento dei poteri degli organismi sovranazionali stanno rapidamente demolendo quel molteplice aggregato di diritti e garanzie sociali sedimentati all’interno degli stati nazionali, grazie a decenni di lotte e battaglie civili. Di fronte ad un simile scenario il problema non è guardarsi le spalle, ma scrutare l’orizzonte affinchè i popoli trovino e costruiscano una loro versione della globalizzazione, quella cioè di globalizzare i diritti e le garanzie sociali.
Rivendicare un reddito di cittadinanza, significa rivendicare una diversa distribuzione delle risorse, affinchè ad ogni individuo venga comunque ed in ogni caso garantita la possibilità di godere dell’assistenza sanitaria, di accedere ai servizi e alla cultura, indipendentemente dalla propria posizione lavorativa o non lavorativa. Nell’economia globalizzata tutti siamo soggetti di valorizzazione economica, anche quando le imprese ci assegnano il ruolo di disoccupati.
L’Europa che noi vogliamo costruire apre le frontiere per garantire il diritto alla circolazione degli esseri umani e non solo a quella delle merci; garantisce accoglienza reale a chi fugge da situazioni di conflitto, allargando lo spazio dell’asilo politico; fa del rifiuto della discriminazione e del razzismo un valore realmente fondativo. Nell’Europa che noi vogliamo non c’è spazio per la barbarie rappresentata dai centri di detenzione per migranti e dalle espulsioni coatte. E’ una battaglia di umanità e civiltà in cui si gioca l’essenza stessa della costruzione europea.
Affermare la centralità della questione ambientale vuol dire mettere in discussione la logica della crescita economica a discapito di uno sviluppo sostenibile e responsabile. In questa radicale scelta le priorità dell’azione europea vanno riqualificate saldandole ad una critica e ad una lotta alle manipolazioni genetiche e alle biotecnologie. Infatti, ambiti basilari del nostro vivere quotidiano stanno diventando laboratori dove si sperimentano progetti che fanno della "vita" una merce. Nel campo medico, nell’industria alimentare, nel campo militare, si delineano progetti dove tutti noi rischiamo di diventare tanti piccoli "Frankestein" senza saperlo. La costruzione di una cittadinanza globale e consapevole fa del concetto di "limite" e di "sostenibilità", una scelta di responsabilità profonda.
Il Mediterraneo deve tornare ad essere un mare di civiltà, di solidarietà e di pace. Troppo guerre e troppo sangue è stato versato in questo decennio nella disgregazione della Jugoslavia, nel dramma del popolo palestinese ed algerino, nelle guerre in Libano, a Cipro, nel Kurdistan.
La pace è una scelta radicale volta a bandire la guerra dalla politica e dalla storia.
La pace nel Mediterraneo si consegue con:
1 – l’avvio di politiche economiche che premino la convivenza multietnica, consentendo il rientro di tutti i profughi nelle loro case e l’abbattimento di frontiere artificiose, come quelle create dai nazionalismi nell’ex-Jugoslavia
2 – l’avvio si un processo d’integrazione nell’Unione Europea dell’insieme dei paesi balcanici, senza doppie misure e tempi differiti, in modo da far comprendere, anche simbolicamente, che la costruzione europea può realizzarsi con il superamento di frontiere, egoismi, ed orgogli nazionalisti.
3 – la fine della politica degli embarghi, perché colpiscono le popolazioni civili ed in particolare i soggetti più deboli (donne e bambini) e non scalfiscono la forza ed il potere dei regimi
4 – l’avvio di un processo di disarmo e di smilitarizzazione del continente europeo e del Mediterraneo, sciogliendo patti militari come la Nato, e bandendo dal proprio territorio le armi di sterminio
5 – attraverso una drastica riduzione delle spese militari, riconvertendo ingenti risorse dalla guerra alla spesa sociale, a programmi di cooperazione allo sviluppo ecosostenibile, a strutture di prevenzione dei conflitti che si basino sulla diplomazia popolare
6 – la cancellazione del debito nei confronti dei paesi del Nord Africa, come primo elemento di riequilibrio Europa-Mediterraneo, come avvio di una politica di redistribuzione della ricchezza che consenta una vera lotta contro la povertà, la miseria e il sottosviluppo.
L’Europa che vogliamo non è quella delle decisioni prese in maniera blindata ed occultata da lobby politico-economiche e militari. E’ l’Europa delle scelte frutto del protagonismo diretto della società civile organizzata, il cui peso deve avere spazio reale nella costruzione di veri luoghi di accesso alla decisione. In questo senso siamo parte integrante del popolo di Seattle, Davos, Washington, nella volontà di globalizzare le nostre voci e le nostre lotte.
QUESTO POPOLO SI E’ INCONTRATO AD ANCONA E S’INCONTRERA’ DI NUOVO:
a FIRENZE il 24 maggio per contestare il vertice della Nato ed il nuovo concetto strategico foriero di nuovo avventure militari
a GENOVA il 25 maggio perché contro TEBIO 1a mostra mercato internazionale delle biotecnologie "ribellarsi è naturale".
Il 2, 3 e 4 giugno a NAPOLI il Cantiere sociale proposto dalla rivista "Carta" e da decine e decine di compagni e compagne
Il 12 – 15 giugno a Bologna contro la conferenza dell’Ocse sulle piccole e medie imprese
Il 25 giugno a Ginevra con la marcia europea contro il Wto
Il 24 – 26 settembre a Praga per dare un "caldo" benvenuto alla riunione della conferenza annuale del Fmi e Bm