APPUNTI PER UN FORUM SOCIALE

N.B. Il seguente testo non ha alcuna pretesa di rappresentare una linea politica generale, in senso classico. Esso si limita a fissare alcuni punti ed alcune indicazioni, che riteniamo importanti, in questo momento, per avviare la costruzione di un forum sociale nella nostra città. Non cerchiamo né omogeneità rigide né atti di fede, ma vogliamo continuare ad allargare un libero dibattito, e contemporaneamente dar vita ad un’azione più incisiva e continua, per interrogarci camminando.

Sommario

1.   La globalizzazione

2.   Gli obiettivi – locale e globale

3.   Un nuovo internazionalismo – i migranti

4.   Guerra e terrorismo

5.   Il sociale

6.   Un forum sociale – un soggetto politico

7.   Forum

8.   Il contesto

9.   La democrazia, l’organizzazione, l’informazione

10.         Alcuni orizzonti generali

1.   La globalizzazione

L’orizzonte da cui siamo nati è quello della cosiddetta globalizzazione capitalistica, di cui qui non è possibile affrontare nemmeno un’analisi sommaria.

Non si tratta ovviamente di un fenomeno nuovo (alcuni storici inglesi hanno dimostrato che in termini relativi esso era forse ancor più ampio negli anni 1890/1914 di oggi) ma è certamente questa la chiave migliore per comprendere e combattere la crescente ingiustizia strutturale del mondo, sia di quello sviluppato che soprattutto di quello povero e sottosviluppato.

Non siamo davanti ad un pianeta economicamente  e socialmente omogeneizzato, da New York alle plaghe più povere dell’Africa, ma è sicuro che la lista di Fortune delle 500 più grandi aziende e compagnie ne disloca i 9/10 negli USA, Gran Bretagna, Germania e Giappone.

Siamo assolutamente contrari al discorso, fatto anche in modo più raffinato di quello del G8, del governo della globalizzazione, perché esso in realtà tende ad ignorare i terribili guasti che questa ha prodotto perlomeno negli ultimi quindici anni, realizzandosi sulla pelle dei ¾ dell’umanità ed accredita in qualche modo la tesi della riformabilità o controllo dei grandi organismi internazionali (Banca Mondiale, WTO, FMI ecc,)), che sono la negazione della democrazia e la fonte prima della mercificazione degli esseri umani.

Diverso è il concetto di globalizzazione dal basso nella accezione, affermata a Porto Alegre, delle alternative possibili di lotta per i diritti dei popoli umani ambientali e sociali, in assoluta ed incontestabile supremazia sulle esigenze dei capitali e della finanziarizzazione.

2.   Gli obiettivi – locale e globale

Nell’ambito della globalizzazione, gli obiettivi più immediati del Movimento dei movimenti sono ormai molti: Tobin Tax  sulle transazioni finanziarie, cancellazione del debito dei paesi poveri, radicale modifiche delle forme di commercio internazionale, sostanziale aumento delle quote di spesa dei paesi ricchi, protocollo di Kioto, ecc. ecc. Essi hanno anche una forte valenza simbolica e sono patrimonio collettivo abbastanza radicato e diffuso. Sia chiaro che si tratta solo di un antipasto, per modificare veramente lo stato delle cose presenti, e soprattutto che il loro raggiungimento non deve poggiare su illusioni e mediazioni istituzionali, ed impossibili compromessi verticistici, ma solo su una lotta/pressione dal basso, sempre più incisiva ed efficace, sempre più “globale”.

Ci sembra forse più urgente, nell’immediato, l’inizio deciso di una campagna di boicottaggio di una multinazionale, di un prodotto, particolarmente odioso, imputato dello sfruttamento del terzo mondo.

Questa iniziativa però si colloca, a nostro avviso, essenzialmente in una dimensione nazionale, se non meglio internazionale, ed esige un salto dalla pur necessaria propaganda a forme di organizzazione, coordinamento, verifica di massa, tutte da costruire. Un test importante della maturità del movimento sarà la necessari scelta, che ovviamente non prevaricherà nessuno, del primo tema del boicottaggio.

Decisivo però in questo ambito, rimane il rapporto globale/locale. Non per ripetere formule, più o meno suggestive e aggiornate ma perché questa è la prova prima del radicamento effettivo nel territorio, nel proprio ambito specifico dei forum locali. L’individuazione e le lotte, qui ed ora, contro i luoghi, le produzioni, le organizzazioni che nella situazione locale rappresentano questo collegamento, per le questioni ambientali, sociali, di difesa della salute e della qualità della vita, saranno il vero salto di qualità del movimento. Non c’è contraddizione con una visione ed un’iniziativa globale, perché il terreno vicino, la concretezza dell’obiettivo e dell’avversario, sono la misura più valida dell’azione politica in generale, contro chi predica e si agita astrattamente, chi rimanda tutto ad assurdi tempi lunghi e ad attese massimalistiche che non esistono (Prendiamo ad esempio la convergenza regionale dei forum abruzzesi sulla questione del Gran Sasso. Nell’ambito senigalliese, la discussione su questo tema è appena iniziata purtroppo, e necessita di un’accelerazione e di una scelta concreta).

3.   Un nuovo internazionalismo – i migranti

La lotta alla globalizzazione neoliberista, non potrà essere efficace, se non si salda, e nella solidarietà militante, e nella concretezza politica ad un nuovo internazionalismo dal basso, ai processi generali di liberazione dei popoli oppressi. Anche qui ci esprimiamo in modo parziale, solo nominando alcune questioni.

Nell’area mediterranea è ovviamente centrale la fine del genocidio del popolo palestinese e la definitiva conquista di una reale autonomia territoriale, economica e politica, al di fuori e contro lo stato e l’attuale gruppo dirigente israeliano.

Accanto alla Palestina libera, poniamo la difficilissima lotta per l’autonomia e i diritti umani del popolo Kurdo, e la resistenza delle donne e dei democratici di Algeria, schiacciati nella morsa del fondamentalismo criminale e dell’autoritarismo militare.

Ma anche siamo con tutte le lotte sociali di liberazione dei popoli dell’America Latina, ancora oppressa dalla dittatura di Monroe. E come dimenticare il terribile silenzio dell’Africa  e “favorire il riscatto del debito, storico e sociale, dei paesi del Nord, nei suoi confronti”, come è stato detto a Porto Alegre. Riconosciamo nella conferenza di Durban un momento molto importante, contro i silenzi e le calunnie dell’informazione occidentale, della lotta contro il razzismo ed il neocolonialismo.

Infine, ricordiamo che i primi passi del movimento antiglobalizzazione sono stati caratterizzati anche da un grande risveglio di molti popoli indigeni, “dalla loro azione contro il genocidio e l’etnocidio, in difesa dei loro diritti, delle loro cultura (dichiarazione di Porto Alegre – gennaio 2001)”.

Nel nostro paese in particolare, ma anche in Europa, la lotta internazionalista si caratterizza soprattutto, per lo schierarsi a favore delle sorelle e dei fratelli migranti. La prima manifestazione di Genova, la loro presenza massiccia al corteo romano del 10 novembre, le iniziative contro i centri di detenzione ed, in generale, in difesa dei diritti più elementari (vale ad esempio Brescia) sono state tante, e non hanno certo visto associazioni e forze dei forum in seconda linea. Nel nostro contesto particolare la presenza nella città e nella regione di organizzazioni autonome di extracomunitari è abbastanza significativa, ma lo spettro della nuova legge Bossi-Fini n. 143, una vera dichiarazione di guerra, incombe su tutti.

Si è recentemente costituito ad Ancona un comitato perché le: “pratiche positive, costruite sui bisogni e diritti sociali, non siano spazzate via dalla nuova legge” e per continuare “a sostenere il diritto di vivere e convivere di tutti i cittadini stranieri qualunque sia il loro status giuridico” (Documento comune).

Si è decisa una mobilitazione regionale l’1 dicembre che sarà una scadenza importante di tutti i forum marchigiani.

4.   Guerra e terrorismo

La guerra - il terrorismo sono dall’11 settembre l’oscena coppia che ci ha messi di fronte al terrore indiscriminato, come unica arma politica; un vero e proprio crimine contro l’umanità. Essi tentano di creare un nuovo unanimismo, che fa il paio con il pensiero unico neoliberista. Hanno ricostruito una Santa Alleanza mondiale degli stati in cui i paesi poveri e gli oppressi di tutto il mondo rischiano di essere schiacciati in modo molto più pesante che nel presente. Non è un caso che nessuno parli più degli interessi reali, dei complessi militari/industriali, di quelli imperiali di un sistema unipolare, che si fonda sulla conquista continua di nuovi spazi geopolitici e sul dominio della produzione e del trasporto dell’oro nero.

Contestazione della globalizzazione finanziaria come strumento di potere e di sfruttamento e rifiuto senza se e ma della guerra come modalità principale per stabilire e confermare questo dominio sono strettamente legati.

E i grandi della terra ci parlano ogni giorno di una guerra continua, di una guerra globale, dell’uso legittimo  dell’atomica, sempre conditi da ipocrisie tipo guerra umanitaria, operazioni di polizia internazionale, lotta per la libertà, per la difesa delle migliori caratteristiche della civiltà occidentale.

All’idea della inevitabilità della guerra, della sua naturalità, continuiamo a contrapporre il superamento della logica e degli apparati militari, in favore di soluzioni pacifiche dei conflitti (come dice l’articolo 11 della nostra Costituzione, deliberatamente stracciata dal Centro sinistra ieri e da Polo delle libertà oggi). E per questa isteria bellicista già sono fatti concreti, in Europa e negli USA, gravi limitazioni delle libertà personali, restringimento degli spazi di dissenso, criminalizzazione e occultamento della protesta sociale, oltre al cumulo di menzogne ed alla crescente negazione della verità e dell’informazione libera, che sono proprio caratteristiche costitutive della guerra.

Molte altre riflessioni si dovrebbero fare, soprattutto sul piano etico e su quello umano, che dobbiamo forzatamente tacere.

La nostra totale avversione e il radicale rifiuto del terrorismo fondamentalistico non hanno bisogno di essere ribaditi; solo Berlusconi può insultarci come succubi o complici di Bin Laden. Le stragi delle Torri non hanno vendicato i poveri e le ingiustizie del mondo chi le ha commesse è uno dei tanti frutti avvelenati e della disumanizzazione  ipertecnologica, e della globalizzazione, dell’intreccio terribile di speculazioni finanziarie, paradisi fiscali ed economie criminali che caratterizza tanta parte dell'attuale capitalismo. Il terrorismo sfrutta e manipola il sentimento religioso e la rivolta contro sfruttamento e miseria di tanta parte dell’universo mussulmano, ma non è espressione delle lotte di liberazione dei popoli, dell’emancipazione dal basso, del conflitto sociale. Combatterlo con la guerra è, come dice Bertinotti, ad un tempo “ingiusto ed inefficace”: ingiusto perché si colpisce sostanzialmente con le bombe le popolazioni civili, inefficace perché altri sono i mezzi per sradicarlo.

Il movimento dei movimenti è stato protagonista del rifiuto della guerra e della partecipazione ad essa dell’Italia; ha contribuito a fare della Perugia-Assisi la più grande manifestazione pacifista del mondo, ma anche a superare e chiarire tante ambiguità ed errori della sua originaria e tradizionale impostazione; ha organizzato le tre giornate di Napoli contro la NATO e quelle esaltanti di Roma contro il WTO ed il partito della guerra, che sfrutta la giusta solidarietà con il popolo americano.

Ha promosso centinaia di manifestazioni diverse in tante città e piazze d’Italia, sia di controinformazione che di mobilitazione.

A Senigallia, quelle del Forum e degli studenti,  sono state le uniche voci levatosi contro la guerra, in modo chiaro e concreto. Alcune iniziative sono riuscite bene altre sono rimaste testimoniali. Occorrerebbe una maggiore continuità e presenza esterna, una maggiore pressione sull’intera opinione pubblica, ma anche una maggiore radicalità di proposte, ad esempio per la contestazione delle banche di guerra e campagne di massa contro le spese militari. Una azione di appoggio ad Emergency servirebbe a far emergere l’alternativa umanitaria alla scelta bellica, distruttiva e disumana. Ma tutte queste proposte sono condizionate da una più ampia adesione e da un impegno più attivo e organizzato dell’intera area del movimento. In conclusione si ritiene necessario che, come emerso dalla prima assemblea di Firenze, sia il movimento dei forum a farsi portatore ed organizzatore di un unico grande sciopero unitario contro la guerra, espressione sia delle forze sindacali che aderiscono ad esso, sia di quelle esterne e critiche.

5.   Il sociale

Il terzo terreno decisivo per lo sviluppo de Forum è quello della lotta sociale. Nessuno pensa ad uno strumento sindacale o parasindacale, ma bisogna urgentemente uscire dai silenzi e dal disinteresse per questa questione, che non sarà né deve essere delegata ai pochi addetti ai lavori come è finora successo. Il conflitto capitale-lavoro non è morto, come tanti ideologi sostengono, ma ha caratteristiche diverse e nuove. Rimane peraltro, un terreno essenziale per contrastare il dominio delle multinazionali e degli stati guardiano della globalizzazione. Rilegittimare pienamente l’iniziativa sociale vuol dire riproporre con forza il tema del reddito e dei diritti dei lavoratori subalterni, che restano determinanti anche nei paesi ad alto sviluppo, se si considera la sostanza di tanto lavoro, autonomo di nome ma non di fatto. La precarizzazione, la frammentazione ed il marginale e l’atipico, soprattutto per i giovani, non sono un destino naturale ed il frutto della modernità, ma una “estrema rappresentazione della riduzione ad oggetti di donne e uomini”, come afferma il documento di Firenze. Ed un’altra considerazione importante è che questo tema è già stato essenziale per l’inizio di un legame forte tra lavoratori dei paesi sviluppati e del terzo mondo (vedi Porto Alegre). Così di grande importanza è stato il rifiuto, in tante parti del globo, dei processi di privatizzazione dei servizi sociali essenziali, e la costante riduzione dei diritti del welfare.

Giusto, quindi, è stata in questa fase, nel nostro paese la sottolineatura degli scioperi in corso, nella scuola contro la riduzione a merce dell’istruzione e contro la sua privatizzazione; nel pubblico impiego, nella sanità e nei trasporti, per la difesa del reddito e contro lo smantellamento e la riduzione dei servizi sociali, nei metalmeccanici per non cedere sulla contrattazione nazionale, per una piattaforma costruita e legittimata dal basso (referendum), per la difesa reale dei salari dall’inflazione.

A Senigallia è in atto da tempo un processo, sia pur lento e difficile, di radicamento dei Sindacati di base, nell’Ospedale, nella scuola, nell’amministrazione comunale, che deve essere appoggiato concretamente. Per questo proponiamo, a scadenza breve, un’iniziativa che coinvolga i lavoratori, che hanno partecipato o possono essere interessati a questa iniziativa.

6.   Un forum sociale – un soggetto politico

Che cosa deve essere un forum sociale? Un centro di pura rappresentatività sociale o un luogo di dibattito e di azione soltanto politica? Una somma di sigle diverse che convivono sostanzialmente per occasioni/scadenze esterne? Un punto di ascolto e di incontro, o un centro di iniziativa e coordinamento? E chi più ne ha più ne metta.

Le risposte possono essere, certo, diverse, sia nei concetti sia nella pratica concreta. Ma proprio perché tante persone oggi continuano a non relazionarsi, né incontrarsi in luoghi pubblici, né si sforzano di essere qualcosa di diverso di larve di fronte alla TV,  bisogna riuscire a collettivizzare i bisogni reali esprimendo più scelte concrete e impegni pubblici; occorre non rimanere catturati dalla ripetitività delle risposte comode e del partito preso.

Pensiamo che un forum debba essere, innanzitutto, un vero e proprio soggetto politico autonomo.

Assolutamente diverso dai tradizionali partiti, dalle esperienze di omogeneizzazione e di burocratizzazione sostanziale, ma anche al di sopra del frammentarismo e della pura occasionalità. Certo, s’impone un processo di costruzione dal basso, senza volontarismo, in un’esperienza collettiva graduale, ma che non perda di vista questo orizzonte complessivo, questa tensione ideale e pratica ad un tempo.

7.   Forum

Nella difficilissima esperienza di questi mesi, siamo riusciti a non essere un vecchio “intergruppi” o un contingente coordinamento. Siamo anche riusciti, più volte, a non rimanere chiusi in noi stessi ed a parlare ad un’area di riferimento più vasta. Non abbiamo spesso provato ad interloquire e scontrarci con gli avversari, i qualunquisti, i critici preconcetti ed interessati. Da un po’ di tempo registriamo un processo negativo di restringimento, che non possiamo considerare oggettivo né naturale, ma che ha spiegazioni complesse, dovute allo schiacciamento della situazione attuale, ma anche a fenomeni intrinseci precisi (il pendolarismo, le esigenze di lavoro e di vita, ad esempio), e forse ad un inconscio ripiegamento sul tram tram, che non ci possiamo permettere.

Storicamente, come quasi tutti i forum simili al nostro, siamo nati e vissuti per un incontro di rappresentanti di associazioni (ambientaliste, pacifiste, ecc.), di partiti (Rifondazione e Verdi), di singoli individui di tradizione laica e cattolica e dal retroterra politico molto diverso.

Questa difficile composizione ha rappresentato, in sostanza una base sociale disomogenea e con idealità assai dissimili, in sostanza un ancoraggio, una dialettica di base che deve essere sempre mantenuta e rafforzata anche nella migliore conoscenza delle esperienze particolari, ma deve anche più fortemente concorrere a creare quel punto di vista più generale e quell’azione più incisiva, che il progetto di un movimento politico autonomo richiede. Non si tratta di una quadratura del cerchio irrisolvibile, ma di un salto di qualità possibile e realizzabile, soprattutto dell’unica risposta  al carico eccessivo di responsabilità e di impegni che pesano sulle nostre spalle fragili.

 

8.   Il contesto

Il contesto in cui operiamo (Senigallia e Valle del Misa) si caratterizza per elementi che non sono di per sé a noi favorevoli, perché esso si mostra apparentemente privo di contraddizioni sociali laceranti e di radicali passioni politiche, indulgente ad un generico progressismo, residuale ed assai poco in grado di modificare realtà e stratificazioni consolidate.

È d’altra parte vero che i principali problemi sociali (povertà vecchie e nuove, disoccupazione soprattutto giovanile, assenza di dibattito culturale, “fuga dalla politica” ecc.) sono più occultati che inesistenti. Questa situazione favorisce il dominio di ristretti “poteri forti” e la frammentazione sociale, la scarsa incidenza di organizzazioni e movimenti di base. La stessa esperienza nei “comitati” ha dato luogo ad aggregazioni vivaci ma ristrette, molto rinchiuse nella “monotematicità” e poco aperte ad orizzonti più generali, oggi imprescindibili.

È presente una rete associazionistica e del volontariato molto ampia, ma anche essa piuttosto confinata nel suo “particulare” che, nel migliore dei casi si autolimita ad una azione di coscientizzazione e di generico solidarismo, in un certo senso prepolitico. Allora  la rete anti G8, ha rappresentato un vero e proprio salto di qualità, in questa situazione; una novità, tipo sasso nello stagno, in particolare per forze giovanili studentesche e non, che si sono come ridestate all’improvviso da un lungo letargo, iniziando un processo, lungo e difficile, di accostamento ai problemi reali. È chiaro che siamo ad una fase iniziale, in cui però è assolutamente necessario non dimenticare mai linguaggi, metodi, forme di azione, tutti interni alla reale esperienza delle nuove generazioni.

Infine in questo ambito si pone, anche, il problema del rapporto con la cosidetta “società civile” che non ci interessa come aggregato indistinto al di fuori di interessi, ideologie, classi e ceti sociali, oggi scomposti e da ricostruire ed identificare con precisione.

9.   La democrazia, l’organizzazione, l’informazione

L’organizzazione del movimento, dal basso in forme realmente autogestite, è un problema primario, che purtroppo non ha molti ancoraggi e precedenti nella storia recente se non in esperimenti occasionali e sviluppati  in particolarissime condizioni dai movimenti sociali degli ultimi due secoli. Essa va pensata e soprattutto praticata anche come una sfida concreta alla espropriazione delle persone da parte della guerra globale e della globalizzazione neoliberista. Avremmo bisogno di un meccanismo della partecipazione alla vita collettiva di “cittadini globali”, a cui nessun ambito della vita umana sia estraneo e indifferente, ma questa figura sociale è ancora lontana dal generalizzarsi e dall’esprimere egemonia sulla realtà.

Per  l’intanto possiamo solo richiamare l’esempio di alcuni nuovi laboratori: la marcia Zapatista del Messico, la prima prefigurazione di un “concerto sociale” del Forum mondiale di Porto Alegre, luogo che non a caso sta sperimentando a livello locale, da dodici anni, un’inedita forma di partecipazione democratica, lontanissima dall’esperienza anche dei nostri comuni più avanzati.

A Senigallia, nel nostro piccolo, l’organizzazione è stata soltanto quella della spontaneità pura, della voglia di “riprendere la parola”. Non intendiamo dimenticarlo o metterlo tra i ricordi gloriosi. Ma pensiamo che è necessario ripensare questo modello, per ragioni inerenti alla crescente complessità del nostro lavoro politico e per problemi di efficacia dell’impegno collettivo.

Resta fermo comunque che l’unica sede abilitata a prendere decisioni è l’assemblea generale del forum, da tenersi di norma in un giorno fisso della settimana: possibilmente il venerdì, per favorire la presenza dei fuori sede. Alla forma del portavoce, o dei portavoce generali, anche in rotazione fra loro, preferiamo l’indicazione, sempre temporanea, di responsabili di settore (organizzazione, finanziamenti, informazione, ecc. ecc.), che possono anche coordinarsi fra loro, ma devono essere scelti in base al loro impegno politico e non alla loro “rappresentatività”. La possibilità di nominare specifiche “commissioni di lavoro” deve obbedire ad esigenze straordinarie e non ad esigenze di studio. Quando le decisioni politiche-organizzative non vedono concordi i membri dell’assemblea, proponiamo di evitare almeno per i primi tempi, una semplice conta di maggioranza e minoranza, a meno della loro assoluta imprescindibilità (in ogni caso in questi mesi non abbiamo mai votato). Questa sperimentazione è appena iniziale, speriamo che non contraddica in nessun caso la nostra volontà di fare società, evitando forme di direzione esplicita o implicita.

Quanto all’informazione interna, alla socializzazione delle conoscenze, agli “utensili”, ai materiali necessari ad agire in modo non aprioristico, il problema certo esiste, ma non ci sono all’orizzonte proposte concrete.

Solo un breve accenno ai problemi del regionale e anche del nazionale. Siamo ovviamente contrari, come tutti affermano a parole, a parlamentini o a inutili e dannose strutture burocratiche. Non pensiamo che ci siano ancora energie sufficienti nei forum, per un’attività che investa stabilmente una dimensione marchigiana. Possiamo pensare solo ad un episodico coordinamento della discussione politica e all’esame di problemi specifici dei forum locali. Non pensiamo siano maturi i tempi e le forme per un’organizzazione nazionale, anche se un problema di corretta rappresentanza e elaborazione complessiva già esiste, ma abbisogna di un percorso di costruzione dal basso, per il livello organizzativo.

Un’ultima, ma non certo l’ultima delle questioni è quella dell’informazione. Dopo Genova la durezza della repressione è di per sé riuscita a bucare, in qualche caso, l’informazione di regime; con la guerra siamo stati regolarmente oscurati e travolti (un esempio lampante il modo come sono state raccontate le nostre manifestazioni, Roma specialmente, ma anche la Perugia-Assisi).

Nel nostro ambito abbiamo usato la tradizionale esperienza della conferenza/comunicato stampa, con risultati alterni, negativi soprattutto nei titoli dei giornali. Non ci pare che in loco ci sia una reale possibilità di utilizzare, in autonomia, radio locali.

Occorre, invece, decidere ed organizzare, in tempi brevi, un nostro sito Internet, che svolga funzioni essenziali di collegamento e scambio. In ogni caso anche per noi, la nostra informazione è stata, e sarà, la piazza aperta a tutti, la comunicazione diretta. È possibile riprendere, ridiscutendola a fondo, la diffusione di un foglio locale (anche per contrastare la destra), che però esige che alcuni problemi riferiti all’esperienza di Spiaggia Libera , siano risolti preventivamente.

10.         Alcuni orizzonti generali

La situazione complessiva del mondo cosidetto avanzato appare sempre più intricata e incomprensibile, ma occorre avvicinarla al di fuori ed al di sopra di schemi, per molti di noi al tramonto o in inarrestabile agonia. Da un lato, i sistemi liberal-democratici hanno esaurito, quasi dappertutto, le riserve di energia. Pensiamo in questo contesto, alla crisi profonda, non solo italiana, del centro-sinistra e dell’Ulivo. Il potere dei cittadini si riduce alle grandi kermesse elettorali, essendo tutto il resto una finzione di sovranità, dominata in realtà da lobbies, del denaro, della burocrazia e dell’industria. L’eliminazione degli elementi di disturbo, se non di antagonismo, ha rappresentato con la brutale repressione di Genova, un salto di qualità, che qualcuno ha paragonato alla repressione di Pinochet e qualcun altro all’aggressione dei riot delle metropoli nordamericane. Altro che fine della storia, dopo la caduta dei muri! I mezzi per tenere a bada “il mondo impazzito” sempre più si assomigliano sotto tutti i cieli.

L’unica parvenza di governo mondiale “democratico”, l’assemblea generale dell’ONU, già nata zoppa per le influenze delle grandi potenze e dei “vincitori” della seconda guerra mondiale, è stata sempre più gettata ai margini, dal superpotere USA e dalle altre istituzioni delle decisioni globali.

Si può solo pensare di ricostruire, con un percorso lungo, un potere dal basso, che rappresenti gli interessi reali dei popoli, delle minoranze, delle libertà degli individui. Esso è certo, oggi, necessario ancor più di ieri.

Ma da alcuni anni un movimento globale si è sviluppato nel mondo; la dittatura liberista è entrata in crisi per motivi strutturali che non si possono certo ridurre  alla sua mobilitazione, ma alla crisi della nuova economia esso ha fornito una cornice culturale, una prospettiva politica, una speranza. Adesso  lo si vorrebbe schiacciare nella morsa guerra-terrorismo: o con l’occidente o con l’integralismo, in una scelta di appartenenza che, in quanto tale, non può essere nostra, perché il nostro compito è altro: “quello di rendere possibile l’autorganizzazione della società al di fuori degli stati, degli schieramenti, degli eserciti e della economia globalista.

Un altro mondo non solo è possibile, è necessario

Senigallia Social Forum 24 novembre 2001
Nota finale

Chiediamo scusa per l’eccessiva lunghezza e perché contemporaneamente sono rimasti fuori tanti problemi (nuova agricoltura e lotta al transgenico, l’acqua, la fame, il commercio internazionale e il WTO, i nuovi consumi, il commercio equo e solidale, la contestazione della finanziaria di guerra ecc. ecc.) e tante decisive questioni ideali (non violenza, disobbedienza civile, impero e stati nazionali, lotta per i diritti democratici e repressione, scadenze nazionali, iniziative locali ecc. ecc,).

DA GENOVA AD ASSISI, DA KABUL A ROMA

Quattro mesi vissuti generosamente

24.11.2001 Assemblea costitutiva del Senigallia Social Fofum

Compagni, fratelli, amici non so come chiamarvi, forse anche questo è il segno della contaminazione culturale e politica di cui siamo stati più o meno consapevoli attori.

Era molto tempo che volevamo fare questa riunione: subito dopo Genova. poi l’avevamo sempre rinviata perché c’era sempre da fare qualcosa di più urgente. Nel frattempo tutto è cambiato. Sono passati poco più di quattro mesi, ma oggi viviamo in un’altra epoca.

Era la metà di giugno, quando un gruppo di noi, nella sede di Rifondazione Comunista, promosse una riunione con lo scopo di organizzare una presenza di Senigallia al contro vertice di Genova in occasione del G8.

C’era il GSF, che rappresentava più di 800 organizzazioni, c’erano le reti locali anti G8, tutte cose che sapete.

Prima di Genova c’era stata Praga, Goteborg, Nizza. Prima ancora Seattle e Porto Allegre e la marcia zapatista di città del Messico, anche queste sono cose che sapete.

Prima ancora a maggio, dicendoci che questo era il migliore dei mondi, ci avevano regalato Berlusconi con i suoi nani, i neri, i fondamentalisti cattolici e i razzisti di Bossi. Che fosse questo il prezzo che dovevamo pagare per vivere nel migliore dei mondi possibili?

No! Veramente non ne potevamo più!

Ma facciamo un passo indietro. Nel 90 con la tempesta nel deserto iracheno si impone, con le armi, un nuovo ordine mondiale che ha il suo baricentro nella liberalizzazione totale dei mercati e nella demolizione dello stato sociale.

Dagli anni 90 Il movimento di quelli non ancora arresi o piegati si diffonde in questo scenario.

E’ un fiume carsico disperso in mille rivoli sotterranei. è diversificato su scala nazionale e internazionale.

Non solo un movimento di resistenza, ma anche una rete di associazioni e gruppi di base che contesta il neoliberismo capitalista nei suoi punti alti di sviluppo. La globalizzazione appunto.

E' così sul piano nazionale, quando chiede l'estensione dello stato sociale ai "senza diritti" o quando si mobilita contro la guerra del Kossovo, ma lo è ancora di più sul piano internazionale quando i Campesinos distruggono le coltivazioni della Monsanto e rifiutano la privatizzazione del sapere operata dagli accordi Wto sui brevetti.

Quando si denunciano i milioni di morti africani per AIDS e il divieto imposto ai paesi poveri di produrre medicinali a basso costo.

Quando le ONG si battono alle conferenze del ONU contro la soppressione di diritti civili non solo nei regimi dittatoriali del terzo mondo ma anche in molti stati civili dell’occidente.

Nasce il movimento per l’abolizione del debito.

Mille sono anche i rivoli culturali. Associazioni del Volontariato, Movimenti politici e sindacali. Gruppi religiosi, centri sociali, comunità indigene.

Tutti ci troviamo a Genova. Il nuovo movimento globale è riuscito ad produrre una contaminazione positiva, mai accaduta in quelle dimensioni.

Siamo tanti. Troppi perché questo potere possa sopportarci tutti.

Ci viene sbattuta in faccia la "zona rossa", e con essa la fine di qualsiasi mediazione politica. La brutale repressione della polizia nasce di qui. Qui ha le sue uniche radici.

il conflitto di Genova è stato da un lato nuovissimo, poteri transnazionali contro il nuovo movimento, e da un altro lato antico, l'opposizione di sinistra contro il nuovo governo della destra. Queste due "metà" del conflitto si sono saldate senza rilevanti contraddizioni e hanno fatto sì che il movimento, per come era stato fino ad allora, cioè un coordinamento consensuale di reti e organizzazioni, diventasse, quasi suo malgrado, qualcosa di molto più importante e molto più vasto.

Si può dire che l'Italia, da quel giorno, è diventata un grande laboratorio sociale assieme al Brasile, al Messico, alla Francia, agli Stati uniti.

Un laboratorio che sperimenta un processo di creazione di nuova democrazia.

Perché all'indomani di Genova si è prodotto un fenomeno che in pochi avevano previsto e nessuno aveva coscientemente promosso: ad imitazione del Genoa social forum, nascono ovunque e si organizzano  forum sociali locali.

Certo dobbiamo raccontare alle nostre città quel che veramente era successo a Genova. Chi veramente ha fatto della violenza la sua unica politica. Sta di fatto che i forum locali si organizzano e rispondono il martedì successivo con una grande mobilitazione nazionale.

In tutte le città seicentomila persone scendono in piazza, coinvolgono la gente, parlano, spiegano come e perché e morto Carlo Giuliani. E la gente li ascolta, li critica anche duramente, ma li ascolta. Vi ricordate le manifestazioni in piazza del duca.

Erano anni che tanta gente non si vedeva in piazza a Senigallia.

E le riunioni. Da quanto tempo non si vedevano sedi piene a discutere fino a notte fonda. E come a Senigallia ovunque.

I forum locali stanno via via cercando i loro modi di esistenza. 

Sono forme originali di democrazia: qualcosa che può far pensare a un non più giovane come me, fatte le debite differenze, ai consigli della fine degli anni sessanta.

I forum locali sono uguali al grande corteo genovese. Ampi e variegati.

Si propongono di raccogliere le diversità sociali e culturali che la globalizzazione ha prodotto dopo aver frantumato le antiche classi sociali degli anni 70.

E nel far questo cercano modi di funzionamento della politica diversi da quelli delle tradizionali organizzazioni della sinistra. Restano  ancorati ai bisogni e agli obbiettivi dei suoi membri e dei propri territori, cioè alla democrazia diretta, che permette solo rappresentanze per funzioni, ma non per delega.

E poi sono forum globali, praticano quotidianamente una globalizzazione dal basso fatta di relazioni con gruppi di tutto il mondo, di elaborazioni comuni di idee, di campagne, di azione e organizzazione messi in rete attraverso la diffusione dei percorsi.

La società civile piano piano riprende in questo modo la parola contro il modello neoliberista di dittatura dell'economia, inteso come riduzione delle relazioni sociali a puri rapporti di mercato, ridimensionando la sfera pubblica e gli spazi per la politica.

Sono una aggregazione tra diversi che non tollera maggioranze né strappi di comando o, come si diceva un tempo, di "egemonia"; non tollera presunte verità ideologiche.

Ribalta il vecchio detto borghese: che la mia libertà comincia dove finisce la libertà dell’altro; e pratica il più antico detto cristiano: la mia libertà comincia dove comincia anche la libertà dell’altro. 

Pur non rinunciando ad approfittare dei residui spazi di contrattazione/mediazione con istituzioni o poteri privati, e dunque alle forme della rivendicazione, i forum mettono in pratica la formula del "fare società", del resto già forte nell'esperienza dei centri sociali e delle cooperative sociali. E, nel "fare società", i forum si propongono obiettivamente come forma embrionale di autogoverno delle città e dei territori.

Ma l'attentato del 11 settembre ha costretto tutti noi a fare i conti con un terrorismo del tutto inedito, con un potenza inimmaginabile e con altrettanta capacità di incidere sugli equilibri mondiali, come mai finora nessun attentato aveva fatto.

Commentatori politici e "becchini" vari si sono immediatamente rivolti a noi per chiedere conto dell'attentato e delle contestazioni antiamericane, quasi che potesse esserci un legame tra la strategia del terrore messa in scena a Manhattan e la protesta democratica e radicale.

Solo la malafede e la speculazione propagandistica hanno potuto realizzare questa connessione, quando invece il movimento stesso ha saputo denunciare immediatamente il terrorismo come corpo estraneo.

Un’azione come quella del 11 settembre non ha nulla a che vedere con le lotte di liberazione, nemmeno con le tradizionali lotte armate. Anzi si scaglia anche contro la speranza di trasformazione sociale che anima milioni di persone, anche in America, e che da oggi vedono più difficili e coatte le condizioni della propria agibilità politica. In questo senso l'attentato del 11 settembre è anche contro il movimento.

Poi la guerra. La decisione degli Usa di dichiarare guerra riapre il capitolo dell'assetto unipolare del mondo.

Proprio nel momento in cui, dopo Genova e la repressione eccezionale di quei giorni, dopo che si stava procedendo ad un'espansione sul piano locale, con la costruzione dei forum sociali e quindi a un progetto credibile ed efficace di radicamento dal basso, il crollo delle Torri Gemelle e la risposta statunitense, hanno imposto uno stravolgimento della nostra identità.

Il movimento contro la globalizzazione, infatti, è stato finora sostanzialmente un movimento antiliberista. Le sue parole d'ordine si sono sempre scagliate contro la "facciata" del capitalismo moderno, contro i suoi effetti più immediati e più inaccettabili - il debito dei paesi poveri, lo strapotere della finanza, la devastazione ambientale, la povertà, la mercificazione della salute, le condizioni dei lavoratori - ma mai ancora contro l'essenza più intima del capitalismo stesso.

Il movimento viene messo di fronte, e bruscamente, all’aspetto decisivo del capitalismo: la sua dimensione imperiale, particolarmente evidente nella volontà degli Stati Uniti di imporre un nuovo giro di vite ai rapporti internazionali, costringendo tutti, alleati e non, a riconoscersi nella loro supremazia militare. Spacciata come superiorità politica e di civiltà.

  

E’ qui a questo punto che si consuma il tentativo della vecchia sinistra di dividere il movimento in buoni e cattivi.

I buoni sono quelli che giudicano i bombardamenti americani sull’Afganistan come un’azione necessaria alla pace. I cattivi sono i no-global, gli antiamericani, i violenti, i complici dei violenti, o complici dei complici dei violenti di Genova.

La risposta ancora una volta è grande. Un fiume sterminato di gente (11.000 pulman  e qualche treno speciale fate i conti da soli) da Perugia ad Assisi dice no alla guerra senza se e ma.

E’ la più grande manifestazione pacifista di tutto l’occidente. Gli attentati, la guerra, la sensazione di non riuscire più a riaffermare che un altro mondo è possibile, la sensazione che la dimensione del conflitto ci schiacciasse, che le nostre parole non facessero più presa sulla gente, erano tutte sensazioni sbagliate.

Il popolo di Seattle si ripresenta sulla scena di Assisi, ancora più vario e ancora più convinto che la guerra non è, in un mondo simile, una dolorosa eccezione: essa è la normalità.

Tutti noi abbiamo sfilato da Perugia ad Assisi con il desiderio e la convinzione di pesare: perché la pace, e ciò che la rende così precaria, cioè i problemi dell'acqua, del cibo e del lavoro sono il nocciolo duro della POLITICA. i D'Alema, i Rutelli i Fassino appaiono a tutti per quello che sono: nani sulla schiena dei profeti della globalizzazione armata.

Dopo la Perugia-Assisi c’è il voto parlamentare che invia soldati in guerra. La distanza tra le istituzioni e la maggioranza del paese diviene abissale.

La radice di pace e solidarietà che è profonda, diffusa, articolata nel nostro paese ha in noi oggi gli unici riferimenti.

Ma questo ci pone problemi nuovi. Se è vero allora che la maggioranza della popolazione italiana è contro la guerra al movimento si pone la necessità di scegliere se vogliamo interloquire con tutta questa gente o se riteniamo che è arrivata l'occasione per allargare i confini di una singola organizzazione e creare una più ampia area radicale di estrema sinistra.

Io penso che Dobbiamo comportarci come coloro che oggi rappresentano la maggioranza del popolo italiano.

Non più cercare lotte esemplari, ma dislocare un'articolazione di strumenti che sia utilizzabile da tutti. La manifestazione di piazza, l’obiezione di coscienza, la diserzione, l'obiezione fiscale, il boicottaggio dei prodotti delle multinazionali, il sostegno alle campagne di Emergency sono tutti strumenti che devono avere pari dignità.

Perché non è un problema di equilibrio tra le nostre aree di movimento, non si tratta tanto di trovare strumenti di azione politica che vadano bene a Lilliput piuttosto che ai dosobbedienti, al commercio equo piuttosto che Attac, ma il problema vero è quello di trovare strumenti di partecipazione per dare la possibilità alla gran parte della popolazione di esercitare soggettività e protagonismo.

Questo implica un movimento che rispetti la sua pluralità interna, ma che sappia anche che la sua pluralità non esaurisce la pluralità di chi ne è esterno, che capisca che c'è differenza tra il rifiuto di strette organizzative e la necessità di un livello organizzativo; poiché la pratica diretta della democrazia richiede un maggiore livello di organizzazione rispetto alla democrazia delegata.

Del resto moltissimi di noi si sentono parte del movimento, ma non di una sua componente organizzata e quindi è nostro compito costruire ambiti nei quali tutti si possano riconoscere.

 

Ciò non significa far scomparire le nostre convinzioni o le organizzazioni: esse rappresentano sempre la rete, la rete propulsiva di salvataggio, ma in alcuni momenti serve un passo indietro, altrimenti noi che abbiamo contribuito moltissimo alla crescita di questo movimento rischiamo di contribuire al suo isolamento.

Se le organizzazioni, le associazioni e le singole persone, che danno vita oggi al Senigallia  social forum dovessero uscire, che so tra un anno, da quest’esperienza di movimento uguali a come ne sono entrate, avremmo perso tutti un'occasione storica.

Penso che la parola d'ordine oggi per noi e per tutti sia CONTAMINAZIONE.

Per questo serve una carta di valori e un patto di lavoro.

La carta dei valori l’abbiamo. Sono le nostre motivazioni di fondo. Non sto qui a ripeterle anche se maggiore chiarezza va fatta sul problema della nonviolenza.

Un patto di lavoro significa individuare alcuni punti alti su cui stiamo insieme e che possano dar modo di intervenire a quelli che a noi guardano. Ma sempre nell’ottica del fare società. Cioè di conquistare sempre più ampi spazi all’agire politico e collettivo.

Elenco alcuni spunti

1 – verificare il nostro agire organizzati. Occorre una struttura di servizio che sia in grado di far circolare idee e documenti. Che costruisca la rete. Tra noi, tra gli altri forum. Tra tutti coloro che vogliono mettersi in contatto con noi. Penso nell’immediato alla costruzione di un nostro sito internet. Ma anche ad un bollettino o giornale locale.

2 – verificare se sia il caso di lavorare per gruppi su grandi questioni locali, nazionali ed internazionali (lavoro, tobin-tax, boicottaggi, amianto, aggregazioni e spazi giovanili)

3 – campagna di sostegno ad Emergency con raccolta di fondi

4 – preparare la giornata del 11 gennaio con la scuola di pace sulla nostra esperienza. Ma anche quelle con Zanotelli ed Agnoletto.

5 – il papa ha lanciato a tutti gli uomini di buona volontà un invito ad una giornata di digiuno, di preghiera e di riflessione per Venerdì 14 dicembre, giorno in cui finisce il ramadam. Penso che dovremmo tutti aderirvi. Credenti e non credenti. Laici e cattolici. I tragici fatti di questi giorni ce lo impongono. Penso anche che dovremmo organizzare la nostra presenza e rifletterci su.

 

Un ultima cosa e chiudo

Siamo in guerra. Non dico la pioggia di bombe sull'Afghanistan o la tempesta che s'addensa sull'Iraq e sui kurdi, o i bagliori di guerra in Kashmir e in Palestina. No dico la guerra qui, in occidente, in Italia, nelle nostre città.

Una guerra che copre, rimuove e nasconde diritti fondamentali. La guerra che riduce i colori e le sfumature del mondo a un allucinante amico/nemico.

Dunque era nemica anche Milli Gullu, morta per asfissia a ventisette anni nella stiva d'una nave sotto gli occhi del marito e delle due figlie piccole.

Anche Ayhan Tekin, è nostro nemico espulso, e rispedito in quelle carceri turche dove è morto suo padre torturato dalla polizia davanti ai suoi occhi.

E’ nostro nemico anche quel giovane che dieci giorni fa, sorpreso a Lecce con un fascio di riviste della lotta del suo popolo (legali in Italia), è stato fermato, tenuto in isolamento per tre giorni nel centro di Otranto indegnamente intitolato al povero vescovo Tonino Bello, interrogato, spogliato nudo, picchiato, infine rilasciato.

Erano nostri nemici le più di cento persone affondate ad Otranto dalla marina dell’ulivo e sono nostri nemici i cento tamil dello Sri Lanka, che avevano chiesto asilo politico, riconsegnati a settembre dalla polizia italiana ai loro torturatori.

Così come sono nostri nemici i più di trecento profughi che nel centro di accoglienza di  Lecce  hanno dovuto avviare uno sciopero della fame per ottenere almeno di potersi lavare e rivestire.

Potrei continuare a lungo in quest’elenco di tragedie.

Per rompere questo cerchio infernale avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza, forza e passione. Di una rete capillare che sappia spiegare, tutelare, rivendicare diritti umani e convivenza. Anche disobbedendo a quelle leggi, se a partorirle sono gli Haider di casa nostra.

Sabato prossimo ad Ancona c’è una manifestazione indetta da tutte le associazioni stranieri marchigiane (leggere volantino) occorre una mobilitazione straordinaria come per Genova come per Assisi in aiuto dei nostri fratelli migranti.

 

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