ASSEMBLEA NAZIONALE DI FIRENZE - 20 E 21 OTTOBRE 2001
MOZIONE CONCLUSIVA.
L'assemblea nazionale dei Fori Sociali Italiani, riunita a Firenze il 20 e 21 ottobre nell'ex Stazione Leopolda indice tre giorni di mobilitazione nazionale contro la guerra economica, sociale e militare.
Dentroun'articolata e diffusa iniziativa sul territorio in cui sono impegnate le reti e i Social Forum, è indetta per l'8 e il 9 novembre una iniziativa centrale del movimento a Roma, con significative presenze internazionali, come Forum Antiliberista contro la Wto, la fame e la guerra per affrontare 5 temi: sovranità alimentare, crisi ambientali/povertà e risorse, lavoro e diritti, commercio e finanza, saperi e culture.
Il 10 novembre saranno indette manifestazioni nazionali a Roma e mobilitazioni in altre città.
E' affidato al gruppo di lavoro su Fao e Wto, sulla base del documento che ha proposto all'assemblea, di raccogliere gli appuntamenti promossi per il 10 in tutte le città ed a Roma, compreso il corteo ed il concerto, in modo che ogni iniziativa abbia l'indicazione dei promotori e degli aderenti, perché ne divulghi a tutto il movimento l'informazione.
E' affidato al Social Forum Romano ed al gruppo di lavoro su Fao e Wto l'organizzazione delle tre giornate con ogni forma necessaria a garantirne il funzionamento compresi un manifesto nazionale ed una conferenza stampa.
Un altro mondo è in costruzione, noi siamo un grande cantiere.
L'8 e il 9 novembre posiamo tanti mattoni.
Il 10 cementiamoli con grandi, forti e partecipate mobilitazioni.
DOCUMENTO APPROVATO DAL GRUPPO DI LAVORO SUI MIGRANTI E ASSUNTO DALLA RIUNIONE PLENARIA DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DEI FORUM SOCIALI A FIRENZE IL 20-21 OTTOBRE 2001
In numerose città i Forum sociali hanno posto in questi mesi le questioni relative ai migranti al centro della battaglia complessiva contro la globalizzazione neoliberista e contro i processi di polarizzazione identitaria incrementati dalla guerra e dal terrorismo.
Ciò non è casuale: è il frutto iniziale ma radicato di un impegno che ha visto il 19 luglio sfilare a Genova oltre cinquantamila uomini e donne in difesa dell'universalità dei diritti, a partire dai migranti, che vedono continuamente a rischio la stessa sopravvivenza nella "civile" Europa.
Le mobilitazioni che ancora nelle ultime settimane, come negli anni passati, hanno visto in piazza migliaia di migranti, da Venezia a Brescia, da Genova a Roma e Napoli, non sono state però assunte dalla totalità del movimento e stentano a trovare visibilità nella società civile.
Quello delle migrazioni non è un tema o un settore d'intervento specifico fra gli altri, ma una questione strategica, paradigmatica dell'erosione globale dei diritti e della democrazia.
Attorno ad essa vengono al pettine tutti i nodi fondamentali su cui si è espresso il "movimento dei movimenti": dalla trasformazione della cittadinanza a quella del lavoro.
La libera circolazione delle persone, materialmente rivendicata e praticata dai migranti, disegna una globalizzazione opposta a quella neoliberista, che abbatte le barriere per merci e capitali mentre moltiplica i confini contro profughi e migranti.
A questo laboratorio cosmopolita d'una diversa globalizzazione il movimento deve connettersi, per scoprirvi le stesse ragioni che l'hanno condotto in piazza da Seattle a Genova, fino al no alla guerra detto in trecentomila a Perugia.
Proprio la guerra contro il Sud del mondo, insieme alle politiche liberiste e discriminatorie sostenute dagli Usa e dall'Occidente, spinge ad individuare nello straniero, specie se musulmano, un pericoloso nemico da reprimere, controllare, espellere, deprivare delle già risibili libertà individuali.
Da questo clima d'intolleranza razzista nasce il disegno di legge Bossi-Fini, un testo che si può definire segregazionista perché, inasprendo le politiche di controllo e repressione già introdotte dalla legge 40/'98, sancisce una vera e propria apartheid giuridica, civile, sociale e lavorativa.
La clandestinità, di fatto imposta come unica via d'accesso al territorio nazionale, e il nesso stretto fra lavoro e soggiorno, consegnano i migranti alla dipendenza semischiavistica da trafficanti e datori di lavoro.
La precarizzazione, la segregazione e l'arbitrio di polizia investono anche gli immigrati regolari, spezzando i percorsi di cittadinanza, introducendo barriere e ghetti nel lavoro e nella società, indebolendo tutti i lavoratori e le lavoratrici, imbarbarendo le relazioni sindacali e sociali e lo stesso stato di diritto.
Inoltre il diritto d'asilo è negato alla radice, attraverso la segregazione dei richiedenti asilo e l'assoluta mancanza di tutele durante la procedura e nella fase di difesa.
Questo imbarbarimento peraltro è già in atto nel blocco delle frontiere, nella deportazione dei profughi dalle guerre e dai drammi planetari, nei rastrellamenti su base etnica e nella criminalizzazione dei luoghi di aggregazione dei migranti, prospettata ad esempio dalla decisione di sgomberare a Roma, in nome della "lotta al terrorismo", gli alloggi precari occupati dai migranti.
Le politiche di rastrellamento, espulsione e deportazione si avvalgono, in Italia come in tutta Europa, di centri di detenzione indegni di un stato di diritto nei quali ogni giorno vengono reclusi uomini e donne incolpevoli, ed ora si vorrebbe recludere anche i richiedenti asilo.
Noi contrapponiamo l'integrità delle persone umane alla loro riduzione a merce da lavoro ed a merce politica per gli imprenditori della xenofobia.
Non accetteremo mai che i diritti fondamentali siano violati da norme e leggi inumane, e difenderemo sempre i soggetti e i luoghi che ne siano minacciati.
Il movimento in cui ci riconosciamo antepone la libera circolazione delle persone a quella delle merci e dei capitali, favorisce a valorizza l'enorme arricchimento culturale di cui i migranti sono portatori, non concepisce civiltà che non sia plurale, capace di contaminarsi e ridefinirsi, così da garantire ad ogni individuo eguali diritti, dignità, possibilità di realizzare il proprio futuro.
Questa che, nel momento in cui c'è chi chiama allo scontro tra civiltà, può apparire un'utopia, è una realtà da praticare e costruire giorno per giorno nei territori, in nome d'una visione del mondo che aspira ad affrontare le diseguaglianze fra Nord e Sud e di abolire il privilegio dei pochi sullo sfruttamento dei molti.
Per questo chiamiamo il "movimento dei movimenti" ad un'assunzione di responsabilità.
Chiamiamo tutti i Forum sociali territoriali che non lo abbiano già fatto a costituire gruppi di lavoro sull'immigrazione, a raccordarsi con le organizzazioni già esistenti, a sviluppare campagne d'inchiesta sociale sul lavoro e le condizioni dei migranti e di sensibilizzazione per bloccare il ddl Bossi-Fini.
La denuncia degli abusi e delle discriminazioni e la tutela delle vittime va organizzata in rete attraverso un Osservatorio a livello nazionale.
Chiediamo a tutto il movimento di assumere, nell'immediato, le campagne per il diritto al soggiorno delle centinaia di migliaia di migranti che ne hanno chiesto l'emissione o il rinnovo, e per la protezione umanitaria dei profughi dalle guerre passate e presenti.
Proponiamo che il 10 novembre i migranti e i profughi aprano a Roma la manifestazione nazionale contro il WTO e la guerra, le cui forme dovranno assicurare la visibilità dei cento "popoli di Seattle" contro il pensiero unico e l'unica bandiera delle destre di governo, e che il giorno dopo, domenica 11 novembre, si tenga a Roma un'assemblea nazionale insieme a tutte le forze sociali e politiche che intendono impegnarsi contro il ddl Bossi-Fini, e in particolare:
a. per il diritto all'esistenza legale e all'emersione dalla clandestinità, oggi e in futuro, di tutti coloro che vivono e lavorano in Italia;
Su questi obiettivi chiamiamo a un confronto tutta la società civile, per opporre alla barbarie legislativa e sociale un percorso di mobilitazione che, passando per assemblee e mobilitazioni locali di cui siano protagonisti gli stessi migranti e per la loro presenza e visibilità nelle prossime manifestazioni sindacali, giunga ad organizzare una grande manifestazione unitaria a Roma sabato 1 dicembre contro il ddl Bossi-Fini e per i diritti di cittadinanza.
REPORT DEL GRUPPO DI LAVORO SU "FINANZIARIA E SPESA SOCIALE"DELL'ASSEMBLEA NAZIONALE DEI SOCIAL FORUM
Meno spese militari, più spese sociali contro la Finanziaria di guerra. Per una campagna di lotta per il reddito garantito! Rivendichiamo i nostri diritti negati: casa, lavoro, reddito, servizisociali!
37.000 miliardi di spese militari, un aumento quindi del 10% rispetto all'anno precedente, 4.000 miliardi per una portaerei di cui tutti, finanche il Ministro della Difesa, ne riconoscono l'inutilità, 16.000 miliardi per l'eurofighter, miliardi e miliardi per le sostenere l'acquisto di nuove armi e la professionalizzazione delle forze armate.
E poi ancora una volta, e con sempre più ferocia, aumento delle privatizzazioni, tagli alla spesa sociale, alla sanità, alla scuola pubblica e soldi a favore della privata.
Questi sono alcuni dei dati della finanziaria 2002 del governoBerlusconi, noti solo ai pochi "eletti" tecnici funzionali alla logica del mantenimento del sistema di potere, che non solo rilancia ancora una volta i diktat della globalizzazione neoliberista, ma ad essi affianca e sovrappone la volontà, non solo economica, di sostenere con più forza il volto più atroce delle logiche della guerra e del terrore globale, quelle logiche che disseminano da ormai due settimane, bombe, morti e distruzione in Afghanistan.
L'aumento di quasi 4.000 miliardi di spese militari, oltre alle tantissime voci di spese "nascoste" nel bilancio (come i fondi per la guerra in Bosnia presi dal capitolo di spesa per la cooperazione allo sviluppo), è la conferma di una pericolosissima tendenza ormai costante negli ultimi anni, al di là del colore del governo, che sostiene quel perverso meccanismo di reciproco traino tra le spese militari e la guerra.
Per giustificare queste spese, per rivendicare l'appoggio alle logiche guerrafondaie di Bush, torneranno a blaterare il solito ritornello degli"impegni internazionali".
L'ipocrisia è evidente, è la stessa ipocrisia che abbiamo denunciato a Genova contro gli 8 potenti della terra.
Da una parte il vertice G8 di Genova che, per nascondere il suo fallimento e salvarsi la faccia, blaterava di misure a favore della lotta alla povertà o di fondi internazionali per la lotta all'AIDS, dall'altra il dato concreto di una finanziaria del Governo Berlusconi, nella quale non si trova traccia di questi "impegni internazionali".
E' l'ipocrisia di chi, in sede ONU, prende l'impegno di destinare l'0.7% alla cooperazione internazionale, ma poi ne investe solo lo 0,15% con modalità e principi guida a dir poco discutibili e non si oppone alla guerra che, coi suoi effetti collaterali, bombarda gli ospedali, i depositidella croce rossa e le sedi delle Nazioni Unite.
E' l'ipocrisia di chi elargisce con una mano l'elemosina di ventimiliardi per l'assistenza ai profughi - che in un contesto di guerra globale aumenteranno inevitabilmente - ma con l'altra mano, impugna il manganello e finanzia la militarizzazione dei nostri territori, la costruzione di 4 nuovi centri di detenzione temporanea per gli immigrati.
Ma al tendenziale aumento delle spese militari e criminali corrisponde non casualmente una tendenza ormai decennale alla diminuzione delle spese sociali.
E' il ritornello di sempre: in nome della necessità di ridurre gli sprechi della spesa pubblica e di un "miglioramento" della qualità di taluni servizi meglio affidati al "privato" che non al pubblico, si tagliano e si privatizzano sempre più servizi essenziali quali scuola, trasporti, sanità, e a rimetterci, ancora una volta, sono le fasce sociali più deboli, la qualità della vita, l'ambiente e il territorio, insomma l'umanità schiacciata e repressa dalle logiche del profitto.
Ecco come ora il quadro è completo: la guerra globale come strumento necessario ed inevitabile della globalizzazione neoliberista porta alla crescente pauperizzazione dei popoli del sud del mondo con il ricatto storico e quotidiano delle "bombe sulla testa".
Chiaramente i governi del Nord del mondo che promuovono questa guerra devono reperire i fondi per finanziarla e questi fondi, attraverso lo strumento della finanziaria sono recuperati dalle tasche della classi meno abbienti degli stati del Nord delmondo.
Appare quindi estremamente chiaro a chi bisogna far pagare i costi della guerra.
Ma ci sarebbe un'altra possibilità: un'altra finanziaria è possibile!
Una finanziaria che si opponga alla guerra tagliando le inutili oltreché ingiuste e giganti spese militari e che al tempo stesso sposti e ridistribuisca la ricchezza dalle tasche di chi ne ha già troppa a chi ne ha sempre meno.
I soldi in verità ce ne sono anche troppi, a partire da quelle migliaia di miliardi che ogni giorno rimbalzano da una parte all'altra del mondo, da Tokyo a Wall Street passando per Londra e Milano, ad inseguire le operazioni della speculazione finanziaria, che nessun "stratega" al governo ha mai pensato realmente di "tassare", così come i soldi investiti senza iva né dogana nell'acquisto di armi.
Hanno invece ben pensato di detassare i già ricchi e i possidenti, di regalare a man bassa buoni-famiglia anche ai benestanti, tartassando invece le fasce sociali più deboli.
Si allargano così le fasce di povertà, alle quali non si garantisce alcuna via d'uscita, alcuna prospettiva, ma solo ed esclusivamente l'elemosina.
L'istituzione del reddito minimo d'inserimento, la riforma delle pensioni minime vanno in questo senso: non solo un'accentuata selezione degli aventi diritto, ma anche e soprattutto il concatenamento ad uno stato permanente di miseria e di povertà, nel quale anche il terzo settore rischia, come da più parti evidenziato, di rendersi complice dello smantellamento dei diritti sociali e lavorativi e degli ammortizzatori sociali.
Una soluzione realistica, in controtendenza e in alternativa alle politiche economiche neoliberiste, è la sicurezza di un reddito o di un salario per tutti, per rompere le catene del ricatto della disoccupazione e della precarietà.
A fronte di un modello produttivo che non crea più lavoro, ma nella sua crescita lo distrugge, dobbiamo porre all'ordine del giorno la necessità di una elargizione economica, sia in forma diretta - monetaria - sia in forma indiretta, come pacchetto di servizi garantiti.
Non ci interessa assolutamente alcuna disquisizione sulla terminologia che possiamo adottare per definire questo strumento: reddito garantito, salario sociale, salario di cittadinanza.
L'importante è invertire la tendenza dei flussi finanziari.
Non più dal basso verso l'alto, ma una vera ed efficace forma di ridistribuzione di quella ricchezza sociale che noi tutti, precari, lavoratori e disoccupati, quotidianamente contribuiamo a produrre.
Siamo convinti che questa rivendicazione non potrà mai essere una gentile concessione dei nostri governanti, ma solo ed esclusivamente attraverso la costruzione di un movimento di massa, di un processo di partecipazione e di mobilitazione collettiva, è possibile invertire la tendenza, strappare conquiste pur parziali, ma capaci di rimettere in discussione il primato del profitto.
Per questo una campagna di lotta per il salario/reddito garantito non può non essere uno degli strumenti prioritari per il rilancio di questo movimento dei movimenti, che passa necessariamente per la riscoperta di una forte internità sociale e di tematiche che attraversino la quotidianità delle nostre vite, dei nostri territori.
Non è un caso che questa tematica sia anche e soprattutto una domanda politica e sociale che proviene dal mezzogiorno d'Italia, quel mezzogiorno d'Italia sempre più martoriato dal dramma della disoccupazione, della precarietà, dell'esclusione sociale e della devastazione ambientale.
Proprio per questo rivolgiamo un invito in primo luogo a tutti i socia forum meridionali, ma estesa chiaramente a tutti quelli esistenti, perché il dramma della precarietà è ormai comunemente diffuso, a creare momenti di confronto, di dibattito ma soprattutto di mobilitazione sui temi della precarietà e della garanzia del reddito.
I forum sociali possono e devono creare momenti di controinformazione e disensibilizzazione anche a partire dalle ipocrisie di questa finanziaria, come dall'ipocrisia di chi taglia le spese sociali e aumenta le spese militari.
Un primo momento di verifica, da questo punto di vista, per i social forum meridionali come per tutti gli altri, potrà essere la due giorni di discussione nazionale proposta a Napoli dalla Rete No Global campana per laprima metà di dicembre.
Una discussione che rimetta al centro dell'attenzione il rilancio di una campagna di lotta per il miglioramento della qualità della vita, per il recupero dei bisogni sociali fuori dai tempi imposti dall'alienazione del sistema neoliberista.
Questa è solo una delle proposte, non l'unica né la migliore, che può e deve investire quest'assemblea nazionale, per dare indicazioni leggibili a tutta la società, sulle forme e i modi di costruzione di un "altro mondo possibile", un mondo nel quale, come si suol dire, siamo tutti sulla stessabarca.
Ma sulla barca c'è chi prende il sole, chi maneggia i cannoni e chi è lì a remare.
Noi rematori dobbiamo ammutinare la barca, e iniziare a remare contro.